Mercoledì, 26 Settembre 2018
COSENZA

Condannato per aver
favorito latitanza
di Franco Bruzzese

di
franco bruzzese, Cosenza, Calabria, Archivio
franco bruzzese

Tutta colpa della Punto Cabrio che tanto gli piaceva. Fu incastrato proprio dalla auto particolare Salvatore Barrese, l'ex barista cinquantunenne proprietario dell'appartamento al nono piano in cui viveva Franco Bruzzese, presunto reggente del clan degli zingari arrestato dai poliziotti della mobile cittadina nella notte tra il 26 e il 27 agosto dell'anno passato in un palazzo dell’ultimo tratto di via Panebianco, al confine con Rende. Lo cercavano da gennaio quando s'era dato alla macchia per sfuggire a una condanna a dodici anni di reclusione. Nei giorni successivi alla cattura del latitante emerse la figura di Barrese che fu indagato a piede libero e nei giorni scorsi ha patteggiato la pena dinanzi al gup cittadino. L'uomo, difeso dall'avvocato Maurizio Nucci, è stato condannato a un anno di reclusione. Proprio la Punto di Barrese avevano citato i testimoni sentiti dagli investigatori della seconda sezione della squadra mobile. Raccontarono che l'auto era spesso parcheggiata sotto il palazzo da Barrese, che scendeva con borse piene di generi alimentari e saliva al nono piano in quello che in teoria era il suo appartamento. Ma che da tempo non era occupato dall'ex barista. Facile per poliziotti e inquirenti sospettare che i viveri erano per il latitante. Una dettagliata relazione sui viaggi di Barrese finì al vaglio della procura della Repubblica, così come il ruolo di altre persone che salivano al nono piano di via Panebianco con buste della spesa e pacchi d'altro genere. Anche la loro posizione passò all’attenzione dell'autorità giudiziaria, perché si sospettava fossero altri favoreggiatori del latitante. Quando venne sentito dagli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Domenico Airoma e dal sostituto Maria Gabriella Cerchiara, il cinquantunenne si difese con vigore negando responsabilità nell'assistenza al latitante. Barrese spiegò agli investigatori che non conosceva l'identità di Bruzzese. A suo dire l'aveva incontrato per caso in un bar di viale Mancini, scoprendo che aveva bisogno d'un appartamento in affitto poiché s'era separato dalla moglie. E siccome lui non viveva più nella casa di via Panebianco, gliela fittò per 550 euro al mese. Cioè la stessa cifra che Barrese doveva all'agenzia immobiliare e il cui incasso, a suo dire, era l'unico legame con il latitante. Tra un televisore al plasma, un lettore per dvd e numerosi supporti digitali con film e altro materiale trovato nell'appartamento occupato da Bruzzese, i poliziotti della squadra mobile individuarono anche alcuni libri, perdippiù impegnativi. Tra gli altri Il nome della rosa di Umberto Eco e Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini. Entrambi i volumi appartenevano a Barrese. Lo chiarì egli stesso ai poliziotti della mobile, aggiungendo che li aveva lasciati nell'appartamento quando lo cedette in fitto. Così come una bicicletta da passeggio, anch'essa perciò a disposizione del latitante.

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