Sabato, 22 Settembre 2018
COSENZA

Il pronto soccorso
con formula
fai-da-te

di
ospedale cosenza, Cosenza, Calabria, Archivio

 Funziona come un self-service il pronto soccorso dell’Annunziata. La formula, per quanto discutibile, si potrebbe brevettare e trasferire nei protocolli economici di questa sanità calabrese alla perenne ricerca di minuzie su cui operare tagli (che a continuar di questo passo c’è da sperare resti qualche briciola). Si prendano per esempio portantini e barellieri: c’è chi è pronto a giurare che son spariti da mesi dalla circolazione. È ci sono pazienti ben informati, infatti, che all’occorrenza (poco prima d’infortunarsi o di sentirsi male) fanno il giro dei parenti da portarsi in ospedale non foss’altro per avere qualcuno che – quando si dice bisogna far di necessità virtù – spinga la carrozzina nei trasferimenti da un reparto all’altro. Ciò che in altri tempi (quali non si sa bene ancora, comunque) poteva essere un fatto eccezionale, l’attualità l’annovera, ormai, tra le azioni consuetudinarie. Nessuno si meravigli, allora, quando sempre più spesso s’incrociano i familiari dei pazienti che van su e giù con carrozzina a seguito. Funziona così la sanità moderna. Ed è già tanto che quei mezzi di trasporto (di per sè vetusti e fuori uso) non abbiano la gettoniera come i distributori di bevande e merendine. È semplice la sanità moderna. Uno si sente male, arriva al pronto soccorso e dopo il triage (che in passato, quando la sanità era una macchina mangiasoldi e non faceva, nemmeno, economia di parole, si chiamava – si pensi un po’ –  accettazione) ognuno è per così dire obbligato ad arrangiarsi da solo. Il rischio è quello di restare impantanato in quella struttura che per quanto bella e futuristica provoca sempre una certa inquietudine. Se si ha la fortuna, quindi, d’essere accompagnati da un familiare e non essere catalogati tra i codici rossi si va ch’è un piacere. Basta seguire la striscia rossa, quella che conduce dritti dritti al piano inferiore dove adesso l’azienda sanitaria ha collocato l’ambulatorio dei casi meno gravi, i cosiddetti codici bianchi. Si va lì a bordo della carrozzina, si va con l’aiuto dei parenti e in compagnia del cigolio di quelle ruote che fan fatica già quando il mezzo è fermo. Poi dopo la visita preliminare si riparte verso le unità diagnostiche. Una sorta di zig-zag nei corridoi. Un gioco fatto d’attese e ripartenze, accelerazioni e frenate. Alla fine si ritorna al punto da dove ore prima s’era partiti e si ha la diagnosi in tasca e la speranza di non doverci più tornare in quel posto dove il personale manca, le file sono bibliche e le strisce rosse, verdi e gialle sul pavimento son la metafora di ciò che l sanità è ormai diventata.

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