Martedì, 17 Settembre 2019
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COSENZA

Contrae l’epatite B in ospedale, il ministero gli deve 400mila euro

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 Quel sangue era infetto. Malato come il malcapitato paziente cosentino che avrebbe dovuto aiutare a guarire, invece ne ha peggiorato seriamente il quadro clinico trascinandolo a contrarre l’E p atite B. Una gran brutta storia di sanità malandata, scritta negli ultimi anni Novanta non in un ospedale della periferia calabrese ma in una struttura di qualità del nord Italia. Protagonista involontario un uomo residente a Cosenza il quale aveva scelto con cura il nosocomio per sottoporsi a un delicato trapianto di cuore. Un intervento delicatissimo e già di per sé con un indice di pericolo altissimo per il paziente. Ma per il cosentino l’intervento chirurgico è andato benissimo. Perfetto. Tant’è che dopo i necessari giorni di degenza e tutte le cautele del caso, è tornato a casa riprendendo una vita quasi normale al fianco della moglie e dei figli che hanno avuto assieme. Non sapeva ancora che le trasfusioni di sangue alle quali era stato sottoposto durante la degenza, gli avevano silenziosamente iniettato nel sangue i micidiali agenti patogeni dell’Epatite B. Il dramma viene a galla nel gennaio 2001, quando l’uomo si sottopone ad analisi del sangue in un laboratorio di analisi attivo in città. Il riscontro dei professionisti non lascia dubbi: è infetto. Non riesce a crederci, soprattutto perché sente la beffa d’avere contratto la malattia dopo essere scampato ai pericoli del trapianto. La vittima, che all’epoca aveva 55 anni, si rivolge all’avvocato Fabrizio Falvo, il quale dopo avere analizzato il caso formalizza un’istanza con la quale chiede al ministero della salute, per conto del suo assistito, un indennizzo ai sensi della legge n. 210 del 25 febbraio 1992, e nel contempo il risarcimento dei danni provocati dalla trasfusione di sangue infetto. La contesa giudiziaria, incardinata per competenza territoriale dinanzi alla sezione civile del tribunale di Catanzaro, ha mosso i primi passi concreti nel 2005. È stata lunga e molto delicata, anche perché il ministero non ha accettato di chiudere la querelle con una transazione. S’è giocata in punta di diritto, anche se a casa c’era un uomo che doveva fare i conti con il ricordo e soprattutto le conseguenze di quanto successo. Una manciata di giorni addietro, al termine di anni di udienze e diatribe giudiziarie, i togati della sezione civile del tribunale catanzarese hanno condannato il ministero della salute, difeso dall’avvocatura dello Stato. Secondo la decisione dei giudici il dicastero dovrà risarcire i danni alla vittima per 400mila euro, comprensivi anche degli adeguamenti e delle rivalutazioni necessarie a coprire i quasi vent’anni trascorsi dal momento del contagio. Il tribunale ha accolto le tesi prospettate dall’a v v o c ato Fabrizio Falvo, ritenendo «il ministero della salute tenuto a vigilare, oltre che a coordinare, i servizi di raccolta, preparazione, conservazione, distribuzione del sangue umano per uso trasfusionale – spiega il civilista – ed alla preparazione dei suoi derivati». In base a quanto trapelato al malcapitato è stato riconosciuto un danno biologico permanente pari al 40%. Oltre al danno morale.

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