Giovedì, 26 Novembre 2020
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LO STUDIO

Coronavirus, Pirouz e Violini (Unical): "Servono test di massa ripetibili periodicamente"

«La strategia non deve essere centrata in test individuali per sapere se una persona è infetta, ma su test di massa eventualmente ripetibili con frequenza periodica, che permettano valutare la situazione di un paese, una città, una regione con il fine di identificare clusters e valutare la pressione sul sistema sanitario corrispondente. Questo richiede costi contenuti, facilità di esecuzione, rapidità di risposta e un sistema efficiente di raccolta, elaborazione dei dati e tracciamento. Una possibilità interessante è fornita dai test antigenici, il cui costo è di 4.5 euro, possono essere prodotti in grandi quantità e soddisfano le condizioni precedenti». È la conclusione dello studio del ricercatore Unical Behrouz Pirouz, e dell'ex professore del Dipartimento di Fisica dell'Unical e direttore emerito del Centro internazionale di fisica di Bogotà, Galileo Violini.

«Un paio di settimane fa, Giorgio Parisi mise in guardia sulla possibilità che nel volgere di tre settimane il numero dei nuovi contagi e dei decessi per la pandemia del COVID-19 potesse raggiungere in Italia valori drammatici. Quelle preoccupazioni – hanno evidenziato Pirouz e Violini - furono raccolte da cento scienziati autori di una lettera-appello al presidente Mattarella. Il giorno prima i nuovi casi erano stati solamente 10,871 e i decessi 89 e Parisi avvertì del rischio che potessero giungere a 100,000 con 500 morti per la metà di novembre. Due settimane dopo quella previsione sembra che si stia materializzando, forse anche in anticipo, come si può verificare in diverse maniere, ma che tutte convergono verso valori simili a quelli pronosticati. Il numero dei contagi previsto per il 15 novembre può essere stimato estrapolando l’andamento giornaliero dei contagi. Per farlo si possono usare modelli sofisticati, ma non è necessario. I nuovi contagi dipendono dal numero degli infetti in un periodo relativamente breve prima della loro manifestazione. Per questa ragione le previsioni di modelli sofisticati sono simili a quelle di modelli più semplici che li approssimino, come quelli che assumano un’evoluzione lineare o esponenziale dei dati. L’ampiezza della forbice tra le loro previsioni, per difetto nel modello lineare e per eccesso in quello esponenziale dà un’indicazione dell’attendibilità del procedimento».

«Un’analisi lineare dell’andamento dei contagi durante il mese di ottobre prevede per il 15 novembre intorno a 41000 nuovi casi. Il risultato dipende, con piccole variazioni dell’ordine di 1.000, dal giorno da cui essa ha inizio. Se si usa una parametrizzazione esponenziale la previsione dipende maggiormente dalla scelta di tale giorno. Analizzando i dati a partire dal 21 ottobre si prevedono 56.000 contagi, mentre partendo dall’inizio di ottobre circa il doppio, 108.000. Questa differenza non è sorprendente e d’altro canto l’ultimo risultato è in sostanziale accordo con la previsione di Parisi, la cui analisi si basava sui dati delle prime tre settimane di ottobre. La letalità, misurata dalla frazione di contagi che hanno esito infausto, è sottostimata se si confrontano i dati dello stesso giorno quando l’epidemia è in rapido sviluppo, perché tra la rilevazione della malattia, registrata comunque una o due giorni dopo, e il decesso trascorre un certo tempo durante il quale i contagi aumentano considerevolmente. Parisi – hanno proseguito Pirouz e Violini - suggerisce che questo tempo sia di sette giorni e che si abbia approssimativamente un decesso ogni 80 casi di nuovo contagio sette giorni prima. Questi dati, soprattutto il secondo, hanno carattere empirico basato sulla statistica e sono specifici della situazione concreta analizzata. L’ipotesi è stata da noi verificata analizzando la loro correlazione statistica con riferimento al caso italiano in ottobre, comprovando l’esistenza di una correlazione delle morti con i contagi in due diversi periodi precedenti, uno tra 4 e 7 giorni, ed uno intorno a 13 giorni, tempi ragionevoli considerando la durata del periodo di incubazione, rilevamento, decorso ed esito della malattia. La correlazione a 4-7 giorni suggerisce un rapporto 1:75 tra nuovi casi e decessi, e quella a 13 giorni 1:45. Questa differenza, conseguenza della crescita nel frattempo del numero dei casi, ha un effetto marginale sulla previsione del numero dei decessi. L’uso congiunto, dei risultati relativi al numero dei contagi e di questa relazione empirica, permette stimare il numero di decessi previsto per la metà di novembre. Questo varia tra un minimo di 505 e un massimo di 725. A conclusioni analoghe si giunge considerando medie settimanali di contagi e decessi, mediando così le fluttuazioni giornaliere, o anche pronosticando i decessi con un’estrapolazione lineare dei dati delle due ultime settimane di ottobre, senza assumere una loro correlazione col numero dei contagi. Come verifica dell’attendibilità del metodo, abbiamo calcolato, a partire dai dati di contagio delle prime tre settimane di ottobre i contagi e i decessi pronosticati per la data del 3 novembre. Il risultato, 30.000 contagi e 400 decessi, è in ragionevole accordo con i valori registrati quel giorno, 28.244 e 353. Dato che il numero dei decessi a metà novembre dipende dai contagi attuali, evidentemente nulla può essere fatto oggi per modificare questa previsione statistica. Tuttavia, anche i più accaniti negazionisti dovrebbero riconoscere che il numero dei contagi dipende, oltre che dal virus, da fattori antropico-comportamentali: il numero dei contagiati, la frequenza dei contatti tra contagiati e sani e la loro durata».

Ecco perché, secondo Pirouz e Violini, «dimezzare i contatti, in una fase di esplosione di un’epidemia è la prima necessità. Le misure che si stanno ponendo in atto per ridurre la frequenza e i contatti presumibilmente produrranno i primi effetti nei prossimi giorni e sui decessi tra circa tre settimane. L’elevato numero di contagiati impone seguire lo sviluppo del contagio per assicurare che le misure siano mirate ed efficaci e tengano conto dell’evoluzione della situazione. In un paese delle dimensioni e popolazione del nostro i dati di riferimento non possono essere globali. Parisi ha sottolineato la necessità di contare su una base di dati sui luoghi e modalità di contagio, sulle attività a rischio e soprattutto sul tracciamento dei contatti. che dovrebbe essere fatto non in modo sporadico, ma sistematico. Una persona, non certo sospettabile di fomentare allarmismi, Giorgio Palù, in un’intervista dei primi di agosto, quando i contagi giornalieri erano solamente dell’ordine di 400 ha dichiarato: “La tracciabilità va applicata per legge risalendo ai positivi senza limiti di privacy”. Una politica di test tramite tamponi presenta due problemi: la sua effettiva fattibilità in modo non casuale se continua l’attuale crescita esponenziale e il rischio conseguente di non identificare casi cui non conduce il protocollo usato. Nelle ultime cinque settimane, la percentuale di tests positivi è andata crescendo (2, 4, 6, 10, 14%). Ovviamente questo non significa che in Italia ci siano otto milioni e mezzo di contagiati, ma riflette piuttosto le dimensioni dei clusters di contagi dei contagiati i cui contatti sono stati sottoposti al test. Questo rende lecito dubitare dell’efficacia di tale strategia nelle condizioni attuali e soprattutto nel prossimo futuro. È necessario mettere in opera un sistema di informazione ampio, la cui comunicazione favorisca l’adesione ai comportamenti richiesti dai nuovi provvedimenti e di un tale sistema è perno un’identificazione non casuale dei contagiati».

Da qui la proposta dei test antigenici che «hanno elevata sensibilità e una meno elevata specificità (intorno al 70%) che può essere accresciuta con l’uso combinato di metodi basati su sintomi quali l’alta temperatura e l’anosmia. Tests per questi sintomi eseguibili senza richiedere un supporto medico qualificato possono essere eseguiti con un costo contenuto, usando kits di odori e termometri infrarossi e rispondono ai criteri indicati. Poiché stati febbrili si hanno nel 44-91% e anosmia nel 54-88% dei casi positivi, l’uso combinato di questi tests e di tamponi rapidi può permettere accuratezze del 83-97% (tamponi e temperatura) e del 92-99.7%, (tamponi, temperatura, anosmia). Questo permetterebbe un efficace confinamento domiciliare.

Una regione italiana dove un test analogo potrebbe essere realizzato è la Calabria, la cui popolazione è di poco meno di due milioni. È una regione a rischio, non tanto per quanto riguarda i ricoveri in terapia intensiva, essendo la regione con minor occupazione percentuale (5.9%), quanto per la capacità di risposta del sistema nel suo complesso, sopratutto in alcuni comuni delle province di Reggio Calabria e Cosenza, di fronte a un incremento dei contagi. Pochi giorni fa un test di questo genere è stato eseguito in Slovacchia, paese la cui popolazione e superficie sono circa tre volte maggiori della Calabria. Il test eseguito su due terzi della popolazione ha dato l’1.06 di positività, che permette di valutare in un 15% il numero dei contagiati non identificati ufficialmente.. Eseguirlo in Calabria – hanno concluso Pirouz e Violini - costerebbe 10 milioni di euro, ma se limitato alle province di Reggio Calabria e Cosenza, il costo si ridurrebbe a 3.3 e 2.4 milioni di euro. Questo permetterebbe pianificare efficacemente e con una solida base di informazione possibili aggiustamenti delle norme anticovid».

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