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COSENZA

La poliziotta era stata
nominata cavaliere

di
poliziotta arrestata, Cosenza, Archivio

La prima notte in cella. Una notte insonne, passata a ripensare a quel macigno che le è franato improvvisamente addosso. L’assistente capo della polizia di stato, Maria Regina Elia, detta “Katia”, avrà letto decine di volte il provvedimento restrittivo che le ha spalancato le porte del carcere di Santa Maria Capua Vetere. E lì, nel penitenziario militare attende di poter parlare col gip che l’ha fatta arrestare. Vuole difendersi da quelle accuse che le contestano. Vuole smontare quello scenario inquietante ricostruito dalle indagini. Peculato, falso e truffa, con altri colleghi che figurano come parte offesa: in queste sabbie mobili è sprofondata improvvisamente la poliziotta, accusata d’aver fatto la “cresta” sui fondi destinati a orfani e malati. In dieci anni avrebbe messo le mani su 45.696 euro, denaro prelevato dai fondi ministeriali destinati proprio ai familiari più sfortunati di appartenenti alla polizia. E, in attesa dell’interrogatorio di garanzia, il legale dell’indagata, l’avvocato Manlio Caruso è sceso in campo con una nota che anticipa i temi della difesa. Argomenti che si concentrano sulla personalità della vittima, con l’obiettivo evidente di disincagliare un movente per nulla ancora consolidato. «Katia Elia è un membro delle forze dell’ordine della polizia, con uno stato di servizio eccellente. È stata nominata pochi mesi fa cavaliere dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano ». Dunque, il “cavaliere” Elia sarebbe stato disarcionato dal cavallo istituzionale sul quale era appena salita e trascinata nell’arcipelago immondo delle accuse che è stato esplorato per mesi, con assoluta discrezione, dai suoi colleghi della Mobile, guidati dal commissario capo Antonio Miglietta. I detective, seguendo il percorso fisiologico della denuncia presentata da una una vedova della polizia, hanno raccolto le prove che sono racchiuse in documenti contabili e atti ministeriali. Carte che rappresentano i “corpi di reato” dell’inchiesta coordinata dal capo dei pm Dario Granieri e dal suo sostituto, Maria Francesca Cerchiara. Ma l’avvocato Caruso insiste nella difesa, invitando alla riflessione: «Si tratta di una persona nei confronti della quale vengono svolte al momento indagini preliminari. Ciò significa che non è stata ancora emessa una sentenza di condanna per cui, da difensore di fiducia dell’assistente capo Katia Elia, vorrei chiedere di concedere alla stessa, come è giusto che sia e come prevede il nostro ordinamento giuridico, il beneficio del dubbio indipendentemente dal fatto che sia un'appartenente alla polizia di stato: una persona è innocente fino a quando non viene emessa una sentenza definitiva ». Poi, rivolgendosi ai giornalisti, il legale invita a evitare «la gogna mediatica, soprattutto in casi del genere. Ogni cittadino ha diritto al beneficio del dubbio fino a quando non viene pronunciata una sentenza definitiva. Siamo ancora in fase di indagini preliminari, non dimentichiamolo. Questa vicenda dovrà essere scandagliata fino in fondo e verrà fatto».

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