Lunedì, 22 Ottobre 2018
VILLAPIANA

Il boss pretendeva la maxi tangente sulla Statale 106

di
boss, villapiana, Cosenza, Calabria, Archivio
Il boss pretendeva la maxi tangente sulla Statale 106

Il “corpo di reato” è ancora tutto sulla carta. Un progetto, una mappa, una stima delle spese e la delibera approvata di un finanziamento complessivo di mille e trecento milioni di euro per costruire il nuovo collegamento viario sullo Jonio, tra Roseto Capo Spulico e Sibari. La Statale 106 non c’è ancora ma già rappresenta il più colossale affare della ’ndrangheta nella Calabria settentrionale dopo l’ammodernamento dell’A2. Non l’hanno ancora costruita e già si sono spartiti i ponti, i piloni, le curve, i raccordi, le lunghe gallerie. Una tassa d’impatto ambientale su tutto, per ogni ditta, per ogni sub-appalto. C’è una miniera d’oro con cemento e asfalto per quasi un miliardo e mezzo di euro. Una miniera nella terra degli zingari, i nuovi padroni dell’antico feudo che fu di Peppino Cirillo, prima, e di Santo Carelli, dopo. Ma l’Alto Jonio era, soprattutto, cosa di Leonardo Portoraro. Lì il vecchio patriarca aveva concentrato i suoi interessi sentendosi ancora il capo, soprattutto dopo il patto con i nemici che aveva consentito di dedicarsi agli affari. In quella sterminata terra, gestiva appalti e opere pubbliche e divideva gli utili con le famiglie. Con gli Abbruzzese a Lauropoli ma anche con i Forastefano nella zona di Doria. E, più a sud, riconosceva il “fiore” ai coriglianesi e ai rossanesi. Una tregua pretesa dal crimine di Cirò, dai Farao e dai Marincola. Poi, però, a Roma si è sbloccato il grande affare e Portoraro avrebbe cominciato ad alzare le pretese riducendo gli utili a disposizione di tutti gli altri. Il sistema che le famiglie volevano era quello di una divisione equa. Ma, negli ambienti investigativi, si sospetta che lui avesse preteso una maxi-tangente per sè e i suoi.

Uno schema che non avrebbe raccolto consensi tra gli ex alleati che, alla fine, lo avrebbero mollato. Ci sarebbero stati diversi summit in autunno tra Timpone Rosso, Doria, Corigliano e Rossano. I boss degli zingari e gli alleati avrebbero deciso la sua condanna a morte. I rossanesi si sarebbero occupati dell’auto per l’agguato: il 17 ottobre dello scorso anno venne rubata e fatta sparire l’Audi A3. La vettura è stata occultata probabilmente tra Villapiana e Trebisacce, in attesa dell’azione. Ci sarebbe stato solo da dover convincere il direttorio del Crimine di Cirò in seno al quale, tuttavia, Portararo godeva di stima per i suoi quarti di nobiltà mafiosa. Si aspettava l’occasione giusta per mettere in circolo la “tragedia” di mafia (una falsa informazione per provocare il delitto). Ma non fu necessario architettare trame perchè a gennaio la Procura distrettuale antimafia, guidata da Nicola Gratteri, decapitò il governo della provincia della ’ndrangheta nella Calabria settentrionale con l’operazione “Stige”. Un blitz che spianò inevitabilmente la strada ai killer di Portoraro. Senza più riferimenti a Cirò, gli zingari avrebbero deciso in autonomia l’omicidio di Portoraro dopo aver sentito il parere dei vicini mandamenti. Un agguato che è stato preparato in sei mesi. Sei mesi per trovare i due sicari e l’autista (le immagini acquisite dalla Dda rivelelerebbe la presenza di una terza persona al volante). Sei mesi per studiare l’obiettivo senza fargli sentire il fiato sul collo. Sei mesi per chiudere la “pratica” Portoraro.

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