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Omicidi in famiglia: quella lunga scia di sangue a Rossano, Rende e Castrovillari

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I casi di Alessandro Manzi, Cesare Vitale, Salvatore Giordano e Paolo Emilio Sisci

Sta lì in agguato per anni il demone della follia: rimane nascosto tra le pieghe di certi ménage famigliari apparentemente tranquilli. Sta lì e attende, il demone della follia, e non solo sussurra cose che nessuno vorrebbe sentire, ma pizzica pure le corde della coscienza e instilla, giorno per giorno, gocce di veleno amaro come l’odio. Poi un bel giorno, così, all’improvviso, si manifesta, esce dall’anonimato, e si lascia dietro infiniti rivoli di sangue che dopo un po’ si mischiano alle lacrime e alla disperazione.

È stato così per Alessandro Manzi, quando la sera del 16 novembre del 2017 s’è presentato nella stazione dei carabinieri di Rossano poco dopo aver imbracciato il fucile e esploso i due colpi che toglieranno per sempre il respiro al padre cinquantenne. Tra le lacrime e la vana speranza di poter riavvolgere il nastro e tornare indietro per cambiare il suo destino, Alessandro Manzi raccontò d’aver sparato e ucciso il genitore al termine d’una lite, l’ennesima. Aveva ventisei anni Alessandro Manzi e non tentò di far nulla per evitare la pena che a suo avviso gli sarebbe, giustamente, toccata. In carcere affrontò un percorso di recupero e cominciò a studiare.

Poi fu assegnato ai domiciliari e, di recente, è tornato – dopo che la Cassazione ha confermato la condanna a nove anni – tra le mura della casa circondariale di contrada Ciminata a Rossano.
Sussurra cose brutte il demone della follia: manipola l’animo, trasfigura la coscienza e così, nel novero dei giorni, quel normale e a tratti scontato istinto d’affetto famigliare si trasforma in un impeto mortale. Era un giorno di festa, era il pomeriggio di Natale del 2017, appena un mese dopo l’omicidio Manzi, quando a Rossano, quel demone nascosto tra le pieghe d’insondabili rapporti famigliari, tornerà a seminare odio tra un figlio e un padre. Altro sangue e altre lacrime scorreranno nella cittadina bizantina. Poco dopo il pranzo della festa l’allora trentacinquenne ingegnere Cesare Vitale esploderà due colpi di fucile contro il genitore, uno stimato cancelliere dell’ormai estinto tribunale dei Rossano. Inutile cercare di comprendere i motivi d’un così irrevocabile gesto. A volte non serve conoscerlo il motivo o magari non c’è un motivo.

Le cose succedono e basta. Com’è avvenuto a Rende, in contrada Cutura, dove il 12 febbraio del 2018 il commerciante cinquantasettenne Salvatore Giordano in una girandola di follia si toglierà la vita dopo aver ucciso la moglie di 59 anni, la figlia di 31 e il figlio di ventotto. Una strage, insomma. Da Rende a Castrovillari. Nella cittadina del Pollino, lo scorso 27 maggio, è tornato a scorrere sangue tra le mura d’una di quelle che si è soliti definire famiglie tranquille. Saranno le perizie psichiatriche a dare una forma ai pensieri che hanno spinto Emilio Paolo Sisci, ingegnere di 33 anni, a uccidere – con oltre venti coltellate – la madre Filomena Silvestri di 65 anni. Un altro episodio, l’ennesimo, destinato a chiudersi senza una spiegazione razionale e rassicurante.

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