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Quel superstizioso che oggi crederebbe alle “fake news”

di
spettacoli, teatro, Enzo Decaro, Cosenza, Calabria, Cultura
Enzo Decaro

Torna la grande prosa nella stagione 2019-20 del Teatro Rendano di Cosenza con “Non è vero ma ci credo” di Peppino De Filippo, nell'ambito della rassegna L’AltroTeatro organizzata dalla società L’AltroTeatro, in programma oggi pomeriggio alle 18.30.

Prodotto da I Due della Città del Sole con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi e il sostegno del MIBAC, lo spettacolo ha la regia di Leo Muscato, ex membro della compagnia di Luigi De Filippo, di cui oggi ha ereditato la direzione artistica.

Protagonista del testo è Gervasio Savastano, imprenditore partenopeo avaro e ossessionato dalla paura della iettatura, timoroso che qualcosa o qualcuno possa avere il potere di far crollare il suo impero economico. Un'ossessione che si ripercuoterà sui rapporti con la moglie, la figlia e i suoi dipendenti.

Ad interpretare Savastano in scena è Enzo Decaro, affiancato da Lucianna De Falco, Fabiana Russo, Giuseppe Brunetti e altri artisti.

«Savastano è un personaggio tipico della tradizione dei De Filippo - ci ha detto l'attore napoletano, che fu esponente di quella irresistibile generazione di comici napoletani a cui apparteneva Massimo Troisi, che con lui e con Lello Arena animò il gruppo “La Smorfia”, prima di proseguire una lunga carriera come regista e attore - perché, anche se firmata da Peppino, la pièce nasce nel periodo del teatro umoristico di questi tre geni del palcoscenico. È uno di quei personaggi tratteggiati come portatori di un problema, un'ossessione: il suo è l'autopersecuzione, poiché sarà lui la prima vittima della sua fissazione. Nel testo è caratterizzato come un personaggio che porta alle estreme conseguenze le sue convinzioni e, dopo una serie di difficoltà e tragedie sfiorate, si renderà conto di ciò che stava perdendo. C'è una verve comica nella storia, ma anche, come in tutto il teatro dei De Filippo, una commedia umana molto profonda,cosa che emerge anche nella nostra rivisitazione».

Lo spettacolo sposta l'ambientazione del testo dalla Napoli degli anni 30 a quella degli anni 80. Perché questa scelta?

«Per raccontare il presente attraverso il passato, i De Filippo hanno sempre avuto l'abitudine di ambientare la commedia sempre 20-30 anni prima. L'ambientazione scelta da noi e Leo Muscato è la Napoli degli anni '80, forse la più contraddittoria, dove convivevano Pino Daniele e Mario Merola, due modalità artistiche agli antipodi, come sarebbero oggi “L'amica geniale” e “Gomorra”».

Ne viene fuori quindi una modernizzazione dei personaggi, pur nel rispetto delle caratterizzazioni dell'autore…

«Quando abbiamo cominciato a lavorare con Luigi De Filippo sul recupero di tutta la tradizione teatrale della famiglia, l'intenzione era quella di conservare la forza e il carattere dei personaggi, dando loro una nuova veste. Questa era una commedia di tre atti di 2 ore e 40 che oggi si risolve in un atto unico da 90 minuti, con un dinamismo e una velocità che non tradiscono però l'impalcatura del testo».

La famiglia De Filippo ha segnato la storia del teatro, sia partenopeo che italiano. Quale peculiarità della loro arte l'ha resa così grande?

«Credo il fatto di essersi ispirati a situazioni, caratteri e figure del mondo napoletano e averle trascese. I caratteri infatti sono universali e si possono riconoscere ovunque. La forza è quella di partire da un presupposto e allontanarsene. Questi testi a cento anni dalla loro nascita hanno un'attualità, una forza e una comicità dirompenti».

Nella nostra contemporaneità potrebbero esistere persone come Savastano, che agiscono guidati da false credenze?

«Secondo me sì, perché anche se non siamo più tanto superstiziosi, oggi anneghiamo nelle credenze. Ci vengono spacciate per verità tante cose che vere non sono, a tutti i livelli: politico,sociale, religioso ed economico. Accediamo a una fascia molto superficiale della verità e c'è qualcosa, un potere che ha interesse affinché ciò persista. Mentre proprio in questi tempi di fake news è ancora più importante provare ad eliminare il velo che ci porta ad accettare per vero ciò che non lo è. Uno dei meriti del testo è far capire che navighiamo nell'ignoranza quando accogliamo false credenze».

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