Venerdì, 30 Luglio 2021
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Un "consorzio" mafioso ordina delitti e detta legge nella Sibaritide. Gli agguati degli ultimi 36 mesi

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La guerra di mafia scoppiata a Cassano agli inizi del Duemila costò la vita a molte persone. I componenti delle famiglie Abbruzzese e Forastefano si affrontarono senza esclusione di colpi lasciando sul campo i cadaveri di parenti ed amici. La stagione di morte si chiuse per effetto dell’azione della procura antimafia e a causa dell’imprevisto pentimento di Tonino “il diavolo”, boss e “azionista” della cosca Forastesfano. Negli ultimi anni nella Piana di Sibari - dopo l’omicidio di un bambino di tre anni che indusse il Papa a scomunicare mafiosi vecchi e nuovi - è nato il “consorzio”. Sì, una struttura criminale che raggruppa gli schieramenti in campo, delimita le aree di influenza, stabilisce le “regole”, leva di torno chi alza la testa e quanti pensano di operare in “autonomia”. Il tratto del “consorzio” emerge dall’inchiesta condotta dalla Polizia contro la cosca Forastefano che ha portato a 17 arresti: è sfumato ma s’intravede. Cognomi un tempo inaccostabili compaiono oggi, infatti, l’uno accanto all’altro, nella stessa misura cautelare. Ma c’è di più: l’esistenza della entità criminale appare testimoniata da una catena di omicidi. Delitti consumati negli ultimi trentasei mesi tra il Cassanese e il Coriglianese e tutti rimasti invendicati. Si tratta delle uccisioni di Giuseppe Gaetani, avvenuta il 2 dicembre scorso, di Francesco Elia, il 3 giugno 2020, di Pietro Greco e Francesco Romano, ammazzati il 22 luglio del 2019, di Rosolino Sposato, scomparso per lupara bianca il 2 luglio dello stesso anno, e del superboss Leonardo Portoraro trucidato a colpi di kalashnikov in pieno giorno davanti a una bar di Villapiana nel giugno del 2018. Nessuno ha lavato questi omicidi con altro sangue: perché? Semplice, non erano frutto di nuovi scontri ma di una inappellabile decisione del “consorzio”. Una decisione collettiva non sindacabile assunta dai “capi”.

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