Martedì, 17 Settembre 2019
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COSENZA

Sangue infetto, nuove indagini

sangue infetto, Cosenza, Calabria, Archivio

 È caccia all’ultimo indagato nello scandalo del sangue infetto che ha ucciso un uomo mentre un secondo s’è salvato solo grazie all'acume e alla prontezza d’un Medico. Nei giorni scorsi il gup Francesco Luigi Branda, accogliendo le richieste del pm Salvatore Di Maio, ha rinviato a giudizio una serie d’imputati, così come molti altri li ha prosciolti facendo cadere le contestazioni nei loro confronti. Ma il giudice delle udienze preliminari ha anche e soprattutto trasmesso gli atti alla procura per valutare l’incriminazione per omicidio colposo e lesioni colpose nei confronti del direttore della sezione Avis di San Giovanni in Fiore, da dove le sacche di sangue contaminato erano partite. L’uomo dovrà essere identificato poiché, al momento, non se ne conosce il nome. La responsabilità ipotizzata è in riferimento alla raccolta, la conservazione e il trasporto del plasma. La magistratura inquirente dovrà lavorare per appurare se ci siano state responsabilità del direttore dell’Avis per quanto riguarda i locali e l’iter delle tre procedure. In particolare, se il prelievo e i passaggi successivi siano stati effettuati in locali inadeguati e inidonei. Magari perché destinati a un uso promiscuo, con accesso al pubblico non controllato. Ancora, se erano stati o meno sottoposti ad adeguata sanificazione e a monitoraggio periodico della contaminazione batterica, se al trasporto delle sacche ematiche s’è provveduto in difetto di modalità controllate e magari mediante l'utilizzo di contenitori inidonei (borse termiche contenenti ghiaccio secco e a temperatura ambiente). Tutto ciò, ovviamente, in violazione della normativa prevista. Secondo la procura queste mancanze avrebbero provocato una «considerevole moltiplicazione patogena ed un’elevata carica contaminante della “serratia marcescens” presente in una delle sacche trasfuse al paziente che per fortuna se l’è cavata. Contestazioni simili nei confronti del direttore della sede Avis sono ipotizzate per la sacca che invece conteneva il sangue iniettato a Cesare Ruffolo, il 79enne di Rende che non ce l’ha fatta ed è morto. L’inchiesta è incentrata attorno alle sacche perché secondo le tesi della procura è stato il plasma malato a uccidere Ruffolo. Il pensionato entrò vivo in ospedale con valori di emoglobina leggermente bassi e ne uscì senza vita dopo la trasfusione con quel liquido ematico contaminato da un potente germe patogeno, che, in poche ore, avrebbe divorato la sua esistenza. Perdippiù c’è il secondo episodio, verificatosi due settimane, quando lo stesso sangue era stato utilizzato su un malato quarantenne che riuscì a salvarsi grazie al tempestivo intervento d’un medico che individuò l’agente patogeno disponendo una robusta terapia a base di antibiotici.

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