Mercoledì, 24 Ottobre 2018
PAOLA

Franco Muto non rischia la vita, è compatibile con il 41 bis

di
41 bis, franco muto, Cosenza, Calabria, Archivio
Licenza sospesa a un noto ristorante

Le condizioni di salute di Franco Muto sono «di assoluta stabilità», ragion per cui è al momento compatibile con il regime carcerario. Lo mette nero su bianco il professor Francesco Cassadonte dell’ospedale Ciaccio di Catanzaro, che ha depositato la perizia su Franco Muto, noto come “il re del pesce” e considerato il capo dell’omonimo clan di Cetraro. La relazione del professore Cassadonte tiene conto anche delle altre consulenze eseguite su Muto che si trova ristretto nel carcere di Milano. In due pagine, depositate nei giorni scorsi, ha analizzato tutto il quadro clinico di Muto. Adesso spetterà al Tribunale di Paola – davanti al quale si sta svolgendo il processo “Frontiera” in cui Muto è imputato – per decidere se il presunto boss di Cetraro potrà continuare a scontare la pena al regime di 41 bis. La decisione di effettuare una super perizia è avvenuta dopo la richiesta dei suoi legali, gli avvocati Luigi Gullo e Nicola Guerrera, di revoca del carcere duro per motivi di salute. Infatti, come si evince nella relazione, acquisita agli atti, del cardiologo Francesco Greco Muto soffre di una patologia cardiaca. Il professore Cassadonte ha visitato Muto e ha preso in considerazione le consulenze del collega, per questo motivo – spiega nella perizia – è necessario «che il paziente prosegua le terapie generali e cardiologiche rinviando l’intervento programmabile di ernioplastica a tempi successivi salvo eventuali, e al momento non prevedibili, complicanze cliniche che richiedono eventuali variazioni del programma stabilito di intervento in elezione».

Il professore Cassadonte, rispondendo alle richieste del Tribunale, ha integrato il parere peritale che aveva tempo fa già espresso su Franco Muto. La nuova richiesta di consulenza arriva a seguito del recente ricovero di Franco Muto avvenuto lo scorso 14 giugno. A tale richiesta, aveva fatto seguito anche un appello di Muto ai giudici del Tribunale di Paola, ai quali aveva chiesto di poter morire a casa sua. I suoi legali insistono sulla necessità dei domiciliari perché – da quanto emerso soprattutto dalla loro consulenza di parte – le condizioni di salute di Muto non sarebbero più compatibili con il regime carcerario del 41 bis. Muto ha affrontato e superato un intervento di rivascolarizzazione percutanea (angioplastica e stent) lo scorso febbraio a seguito di una cardiopatia ischemica, così come diagnosticata dal cardiologo Greco. Il professor Cassadonte ha infine concluso per la attuale compatibilità con il carcere duro.

“Il re del pesce”, che ha scelto il rito ordinario, è imputato nel processo “Frontiera”, scaturito dall’omonima maxioperazione contro il clan Muto di Cetraro, che è stata unita poi al al procedimento “Cinque Lustri”, altra operazione della Dda di Catanzaro che ha inferto un duro colpo alla cosca di Cetraro e che ha coinvolto tra gli altri l’imprenditore romano Giorgio Ottavio Barbieri. Nel mirino, infatti, imprenditori interessati a grandi appalti pure nella città dei Bruzi.

Franco Muto e gli altri imputati del processo “Frontiera”, che hanno scelto il rito ordinario, torneranno in aula davanti ai giudici del Tribunale di Paola il prossimo 11 settembre. Il collegio proseguirà con i testimoni della pubblica accusa. Prima della pausa estiva sono stati sentiti alcuni assuntori di sostanze stupefacenti. Il dibattimento, nelle ultime udienze, si è concentrato sul traffico di droga ma anche sulla gestione del mercato ittico di Cetraro che secondo l’accusa sarebbe stato monopolio del clan Muto. Mentre lo scorso maggio si è concluso davanti al Tribunale di Catanzaro il processo “Frontiera” per gli imputati che avevano, invece, scelto il rito abbreviato. Dal dispositivo è emerso che sono stati assolti gli amministratori giudiziari e condannati invece i presunti esponenti della cosca Muto di Cetraro. Tra questi è stato condannato anche Luigi Muto, figlio del “re del pesce”, a cui è stata comminata una pena di quindici anni e quattro mesi di carcere.

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