Lunedì, 24 Settembre 2018
CIVITA

Un grande boato prima dell’inferno «Ho visto i corpi passarmi sopra la testa»

di
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Un grande boato prima dell’inferno «Ho visto i corpi passarmi sopra la testa»

Per conoscere il dolore da vicino bisogna raggiungere Civita, il paese dei comignoli artistici e delle guide del Parco. Un borgo che da ieri pomeriggio è chiuso, chiuso per lutto. Nella piazzetta principale è stata allestita l’unità di crisi con tanta gente che qui non si vede quasi mai. Ci sono il prefetto, il questore, il procuratore, i capi dei carabinieri e della guardia di finanza. Ci sono soccorritori, medici, speleologi, giornalisti, telecamere. Tutto il mondo guarda alla catastrofe di Civita. Aspettano notizie dai soccorritori che cercano tra le macerie del torrente. Quegli uomini in tuta sperano di trovare sopravvissuti ma, intanto, recuperano cadaveri. Otto, nove. Diventano dieci alle 23, quando viene ripescato anche il corpo di Antonio De Rasis, la guida di Cerchiara di Calabria. Avrebbe provato a salvare tutti quelli del suo gruppo prima di cedere alla furia del Raganello. Poi altri deu cadaveri individuati nella notte.

Tra i miracolati c’è un turista olandese, portato in salvo dai soccorritori che l’hanno ripescato a valle ancora sotto choc. «Ho provato a salvarmi tenendomi abbracciato a uno spuntone di roccia. Non sapevo cosa fare, ho visto corpi passarmi sulla testa, gente urlare, disperarsi. Era un inferno. Ho resistito attaccato alla parete fino a quando le forze me l’hanno consentito. Poi il torrente mi ha trascinato per un paio di chilometri prima di sbattermi contro una roccia e lasciarmi semisvenuto. Sono arrivato a valle completamente nudo perché la furia dell’acqua mi ha spogliato. Ma sono vivo».

Emanuele Pisarra, storica guida di Civita, è furioso. «Avrebbero dovuto disporre la chiusura del percorso. Non si doveva uscire con quelle condizioni meteo. Da giorni c’erano temporali. Il “Raganello” è così, si gonfia subito con la pioggia. E col maltempo il torrentismo non è certo attività da praticare. Ieri ero in montagna, a San Lorenzo Bellizzi, e ho visto il temporale arrivare. il cielo era nero. E la pioggia ha trasformato il torrente. Sotto il ponte del “Diavolo” l’altezza dell’acqua è solitamente tra i 20 e i 30 centimetri. Ieri, durante l’ondata di piena ha raggiunto il metro e mezzo. È da tempo che ci battiamo perché venga applicato il regolamento. Ma le istituzioni sono in ritardo. La strage di oggi, purtroppo, è un prezzo altissimo che si paga in termini di vite umane. Sul mio blog è da mesi che denuncio questa situazione di stallo. Ma nessuno ha mai preso in considerazione i miei scritti».

Alberto è un altro dei sopravvissuti: «Volevamo goderci l’escursione. Erano anni che sognavo di fare la risalita del canyon. Pensavo fosse meno complicato. Poi, però, è arrivata quella colata di fango che ha travolto tutti. Io ho trovato riparo su una roccia. Il livello dell’acqua, per fortuna, non mi ha raggiunto e così posso ringraziare il Padreterno che mi ha concesso questa grande opportunità. È come se fossi nato un’altra volta. Purtroppo ho saputo che in tanti non ce l’hanno fatta. Mi dispiace. Ho visto tanta gente trascinata dall’acqua».

Un’acqua killer che ha seminato la morte lungo quei quattro chilometri e mezzo di sentiero. Un percorso che è diventato corpo di reato. Il procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, ha aperto un’inchiesta per verificare se c’è stata «imperizia o imprudenza» nell’avviare le escursioni, «considerate le previsioni meteo e l’allerta diffusa sin da ieri». La Procura ha poi disposto che «le ricerche proseguano per tutta la notte, lungo il corso del torrente, nella speranza di trovare ancora qualcuno in vita». Sui cadaveri recuperati è stato disposto l’esame autoptico.

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