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COSENZA

Imprenditore agricolo ucciso a Cassano, il supertestimone esce dal coma

di
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Il luogo dell'omicidio di Francesco Elia. A destra la vittima

Lui sa tutto. L'operaio romeno scampato alla morte il 3 giugno scorso ha la “chiave” per dare una lettura all'agguato costato la vita, a Francesco Elia, l'imprenditore agricolo quarantenne “giustiziato” nelle campagne di Cassano.

Il supertestimone si chiama Bogdan Mihita Capraru ed è rimasto ferito gravemente: un proiettile di kalashnikov l'ha raggiunto in pieno petto. Da qualche giorno l'uomo è uscito dal coma e nonostante appaia ancora confuso, è già stato sentito dagli inquirenti. Nelle prossime ore saranno i magistrati della procura di Castrovillari che lavorano in sinergia con i colleghi della Procura antimafia di Catanzaro ad ascoltarlo. Parlerà? Quella mattina, in contrada “Caccianuova” nel cuore pulsante dell'agricoltura sibarita, c'era solo lui, oltre ai sicari ed alla vittima designata.

Il romeno ha certamente incrociato lo sguardo degli attentatori ma potrebbe non essere in grado di riconoscerne i volti perché i due killer hanno agito coprendosi la testa con i passamontagna. Certo, potrà riferire dello stato d'animo di Francesco Elia, di ciò che quella mattina gli ha confidato, di come s'è svolta l'azione omicida. L'imprenditore quarantenne, che era alla guida di una Fiat Panda di colore bianco, quando s'è visto sbarrare la strada da un'Alfa 147 ha mollato lo sterzo ed è sceso velocemente dall'utilitaria cercando scampo con un fuga disperata verso i campi.

I killer l'hanno dapprima ferito e quando è caduto riverso tra le zolle di terra, l'hanno finito con dei colpi alla testa. L'operaio straniero, nel frattempo, era già stato colpito da una prima raffica esplosa dai componenti del “commando” ed era rimasto accasciato all'interno della Panda. Quando i sicari, compiuta la missione di morte, si sono allontanati l'uomo ha finto d'essere morto scampando così al colpo di grazia. All'arrivo dei soccorsi, a causa della imponente emorragia cagionata dalla ferita al torace, Bogdan Mihita Capraru è apparso subito in condizioni critiche. E per più di un mese è rimasto perciò ricoverato in terapia intensiva all'interno dell'ospedale dell'Annunziata di Cosenza.

Solo, da qualche giorno, ha ripreso conoscenza. La lunga sedazione, i farmaci curativi, lo choc susseguente all'agguato non lo rendono ancora un testimone perfettamente in grado di ricostruire le fasi prodromiche e successive all'agguato. Epperò, i carabinieri del Reparto operativo provinciale, diretti dal tenente colonnello Raffaele Giovinazzo e dal maggiore Giuseppe Sacco, ed i militari della compagnia di Corigliano, guidati dal capitano Cesare Calascibetta, non hanno altri testimoni su cui poter contare.

Ma torniamo all'ucciso. Francesco Elia era stato arrestato nel 2007 per tentata estorsione e associazione mafiosa e poi assolto con sentenza definitiva. Il padre, Alfredo Elia, venne ammazzato insieme con un suo fidato amico, Leonardo Schifini, il 22 marzo del 1992 lungo la Statale che conduce ai Laghi di Sibari. Lo zio, Giuseppe, venne massacrato e sotterrato mentre era ancora vivo il 13 agosto di quello stesso anno sempre nel cassanese.

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