Martedì, 06 Dicembre 2022
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L'INCHIESTA

Cosenza, il grande affare della Metro avrebbe fruttato 3 milioni ai clan

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La costruzione della struttura di collegamento tra il capoluogo, Rende e l’Unical. La spartizione della “tassa ambientale era stata decisa equamente tra “italiani” e “zingari”

L’occasione è ghiotta, la tavola da pranzo apparecchiata e i commensali già seduti: la costruzione della metropolitana leggera garantirà l’arrivo a Cosenza di un fiume di denaro. Milioni di euro verranno investiti per la realizzazione della imponente opera pubblica finanziata con fondi nazionali ed europei. I boss di tutti i gruppi “confederati” si sfregano le mani e pianificano la spartizione.

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È Anna Palmieri a svelare lo scenario: lei vive tutto dall’interno perché è la moglie di Celestino Abbruzzese, inteso come “micetto”, personaggio di rilievo della omonima famiglia bruzia conosciuta negli ambienti criminali come “banana”. La donna racconta i fatti di cui è venuta a conoscenza ai magistrati della procura distrettuale di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri. Storicizza il contesto e spiega: «Era un periodo particolare perché aspettavano i proventi dell’estorsione alla Metropolitana, ovvero 3 milioni di euro, dei quali due milioni dovevano andare agli “Italiani” e 1 milione di euro agli “Zingari”, ma queste somme tardavano ad arrivare. I contatti per prendere i soldi dell’estorsione, con chi aveva preso l’appalto per i lavori della Metropolitana, ce li avevano Roberto Porcaro e Luigi Abbruzzese mio cognato. I due milioni di euro Roberto Porcaro doveva dividerli con Renato Piromallo e tutti gli appartenenti alla “bacinella” degli “Italiani”. Una “bacinella”» precisa la Palmieri « che oggi detiene Roberto Porcaro, facendo capo a Francesco Patitucci. Si, perché in realtà è stato lui a metterlo a capo dell’organizzazione, come reggente degli “Italiani”. Mio cognato Luigi Abbruzzese il milione di euro lo doveva dividere, sia con i fratelli Marco e Nicola e con il cognato Antonio Abbruzzese. Aveva deciso di dare 500.000 euro anche alla parte di Antonio Abbruzzese detto lo “Strusciatappine”; tanto è vero che Marco Abbruzzese litigò con lui per questa cosa, perché diceva che lo “Strusciatappine” ce l’aveva con lui».

I soldi in cassa e gli stipendi

La “confederazione” mafiosa - ipotizzata dalla Dda - si basa sulla esistenza di una cassa comune, rispetto alla quale esistono delle “sotto-bacinelle” relative a ogni singolo clan. Trattandosi, infatti, di sodalizi ‘ndranghetistici, è logico che ogni gruppo coordini anche una propria “bacinella” che gestisce autonomamente per i propri affari interni. I costi per mantenere le organizzazioni criminali sono comunque altissimi: basti pensare che l’inchiesta dimostra che alle famiglie degli storici padrini detenuti vengono corrisposti almeno 3000 euro al mese, mentre a quelle dei semplici affiliati, più o meno 1000.

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