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I funerali di Donatella, suicida in cella a 27 anni. Con il suo Leo voleva tornare in Calabria

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Una bara bianca e una sua foto adagiata sul feretro. I funerali di Donatella, o meglio, Donatela Hodo, sono stati celebrati nella Chiesa Parrocchiale di Castel d’Azzano. E le parole sembrano superflue per i tanti che pensano che questa tragedia si poteva evitare. Invece, Donatella se ne è andata, in silenzio, a soli 27 anni, lo scorso 2 agosto, inalando il gas di un fornelletto, nel carcere di Montorio, nel Veronese. Lasciando il suo Leo, il suo ragazzo, originario di Rossano Calabro, ma residente a Verona, che stava programmando un futuro con la sua “Dona”. E per lei sognava un presente diverso. Dove avrebbe predominato lo sguardo, di entrambi, rivolto verso il futuro: «Parlare di lei, al passato, mi riesce difficile - ha detto alla Gazzetta del Sud il fidanzato, incredulo - Al momento, posso dire poche cose, perché tanti sono i pensieri che affollano la mia mente. Io voglio che passi il messaggio giusto. Dona era una ragazza solare e spensierata, che sognava di tornare a fare l’estetista. Ci conosciamo da quando eravamo ragazzini. E io avevo anche preso una casa per lei. Ma poi, negli ultimi 8 mesi, non so cosa sia successo. Era triste. Il suo sorriso è stato spento e oggi mi chiedo cosa sia successo in quei minuti. Tragici. In cui, probabilmente, si poteva fare qualcosa. Oggi mi faccio tante domande, ma spero che la sua morte lasci una traccia nella nostra società. E che non si dica che si è suicidata una drogata e non si discuta frettolosamente del suo passato. Spero davvero che nessuno si dimentichi di lei, e di chi, proprio come lei, vive sulla propria pelle la sofferenza. Sperando che qualcuno ascolti».

La giovane si trovava in carcere per una serie di furti e in passato aveva avuto problemi di dipendenza. Il periodo in comunità, però, è durato poco. E a causa del suo allontanamento, per lei si erano riaperte le porte del carcere. Ma la famiglia, nel suo dolore, composto, chiede di non criminalizzare il passato di una giovane che andava aiutata, tutelata e compresa. E anche Mik, amica di famiglia e di Donatella, precisa che la giovane non si drogava da tempo. E che aspettava solo il momento che venisse predisposta una misura alternativa al regime carcerario. Che comprendesse un programma terapeutico da svolgersi sotto il monitoraggio del Sert (servizi per le tossicodipendenze). In questa vicenda, è come se risuonasse, un po’, la sconfitta dello Stato, che non ha saputo proteggere chi, in quel momento, doveva essere protetto: «Conoscevo Donatela dal 2016 - ha scritto il magistrato, il dottor Vincenzo Semeraro, in una lettera letta al funerale da Mik, l’amica di Dona - Avevo lavorato con lei e per lei in tante occasioni, ultima delle quali, nel marzo scorso, allorché la invitai in comunità, a Conegliano. Inutile dire che la sensazione che provo è quella di sgomento e dolore: quando in carcere muore una ragazza di 27 anni, così come è morta Donatela, significa che tutto il sistema è fallito. Anche io ho fallito, sicuramente. So che avrei potuto fare di più per lei, non so cosa, ma so che avrei potuto fare di più».

E alla Gazzetta del Sud, il magistrato di sorveglianza Semeraro, che aveva suggerito alla ragazza un percorso diverso rispetto al carcere, ha aggiunto: «Conoscevo Donatela da quando aveva 21 anni. L'ho sentita mille volte in carcere e alcuni colloqui non si dimenticano. E l'ho vista perfino piangere. Era una persona, e la prego, lo scriva, che avevo a cuore. Dietro un carattere ostico, c'era una giovane con tante fragilità. E alla fine, Donatela si era costruita solo una corazza. Il suo desiderio era quello di avere una vita normale. Una casa, un lavoro. Aspirazioni comuni a tante altre ragazze come lei». Presente al funerale di Dona anche la sua amica Federica, commossa, che ha letto una serie di pensieri di coloro che avevano incrociato Donatella. Federica, incredula, aveva conosciuto la ventisettenne in carcere: «Non condividevamo la stessa cella – ricorda Federica – ma gli stessi spazi. Era una ragazza bellissima e molto attenta al suo look. E anche al nostro, dato che spesso ci aiutava a farci i capelli. Giocavamo a biliardino, cercavamo di passarci il tempo». Attonito anche Gennarino De Fazio, calabrese, di Lamezia Terme, segretario generale della UILPA - Polizia Penitenziaria: «Ogni suicidio - ha detto - nelle carceri, di donne e uomini, che la collettività ha affidato alla “cura” dello Stato, segna una sconfitta per quello stesso Stato. E la negazione dei valori su cui si fonda la Repubblica. Sentimenti di sconfitta e sgomento, che sono ancora più profondi quando a farla finita è una giovanissima ragazza, madre di prole, in tenerissima età. Questo, ovviamente, al di là dei motivi della carcerazione, che in nessun caso possono incidere sul bene primario della vita. Ciò, peraltro, avviene nel disinteresse sostanziale e nell’inettitudine della politica, tutta, perché i governi sono espressione della politica». E un pensiero è arrivato anche dalla Calabria. Tramite De Fazio: «Oggi ci sentiamo di rivolgere un pensiero di cordoglio alla famiglia - conclude - E, pur non avendo colpe dirette, di chiedere scusa per far parte e rappresentare uno Stato incapace di assolvere ai suoi compiti fondamentali».

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